Ho lanciato 4 startup: ecco com’è andata fino a oggi

Ho fondato quattro startup.

Due hanno funzionato o stanno funzionando alla grande. Due no.

Ma “non funzionare” è una bugia comoda: ogni singolo progetto mi ha lasciato qualcosa che non avrei potuto comprare, leggere o studiare, nemmeno in un master di alto livello. Questo è il resoconto onesto, senza filtri, di com’è andata davvero.


Startup #1 — In corso

Reset Energia

Il fornitore di energia che finalmente non ti fa venir voglia di cambiare argomento.

— Live & Scaling —

Ci sono mercati che sembrano intoccabili. L’energia elettrica è uno di questi: commodity per definizione, terreno di operatori enormi e grigi call center, bollette che nessuno capisce davvero. Un settore dove l’utente esiste solo come numero sul database.

Reset è nata per rompere questo schema. Con il supporto di un gruppo industriale di peso alle spalle, stiamo costruendo il fornitore luce più digitale e coinvolgente del mercato (forse mondiale, shhh).

Non un’altra utility company.

Una piattaforma gamificata che trasforma il rapporto con l’energia, lo rende umano, trasparente, persino divertente. L’utente non riceve solo una bolletta: partecipa, capisce, si affezione.

Stiamo riscrivendo le regole di un settore che non le ha mai cambiate. E questa, vi assicuro, è la sensazione più bella che un founder possa provare.


Startup #2 — Capitolo chiuso (bene)

TAGLAB Agency

SEO, Digital PR, analisi di scenario, web marketing – verticale e senza compromessi

— Exit strategica —

Taglab è stata un’esperienza imprenditoriale pura: ho messo soldi in un progetto per farne entrare di più nelle mie tasche.

Un’agenzia di consulenza costruita su competenze vere: SEO profonda, digital PR, analisi di scenario, strategia digitale a 360°. Niente di generalista, tutto di verticale. I clienti venivano da noi perché sapevano che avrebbero parlato con qualcuno che conosceva davvero il mestiere.

Abbiamo aggredito più mercati parallelamente, forte delle mie esperienze passate e (allora) presenti, tra i tanti, il gaming è quello che forse ci ha posto di fronte le sfide maggiori, tutte superate con successo.

Ho lasciato TAGLAB in modo deliberato e lucido: avevo visto qualcosa di più grande. Reset chiamava con una forza che non potevo ignorare. Uscire da un progetto che funziona per inseguire qualcosa che brucia dentro? Non è follia. È precisamente quello che dovrebbe fare un founder.


Startup #3 — Mini exit

Rankingoal

Un SaaS, due anni di sviluppo, una vendita piccola ma ragionata.

— Venduta e costi recuperati —

Rankingoal è stata la scommessa più lunga (finora). Un SaaS per il mondo SEO e del marketing digitale, sviluppato per due anni con energia, convinzione e un sacco di notti insonni.

Il prodotto nel complesso c’era. La tecnologia funzionava. Il team pure. La verità è che non abbiamo mai raggiunto il product-market fit, quello in cui il mercato ti chiede il prodotto prima che tu finisca di costruirlo. Forse ci siamo innamorati del nostro lavoro.

Abbiamo venduto. Una mini exit, diciamolo chiaro: si sono recuperati i costi di sviluppo, nulla di più.

L’azienda acquirente, con cui poi ho collaborato per anni, ha scelto di integrare Rankingoal nei propri servizi per i clienti, e questo, stranamente, è stato uno dei momenti di maggiore soddisfazione: vedere qualcosa che hai costruito trovare la sua strada, anche se non era quella che immaginavi.

Quello che porto a casa e che non avrei imparato senza “fallire”:

  • o il mercato ti trascina, o stai remando contro corrente. Impara a distinguere le due cose presto, non dopo due anni;
  • sviluppare un SaaS da zero significa costruire uno strumento perfetto, operativo e strategico, che non si dimentica. Ogni sprint, ogni feature scartata, ogni pivoting mancato, tutto è formazione compressa;
  • una mini exit è comunque un’exit, nessun rimpianto che valga sofferenza. Vendere invece di chiudere nel cassetto è già una vittoria di mentalità. Significa saper valutare lucidamente, non attaccarsi all’ego;
  • il rapporto nato da quella vendita ha generato anni di collaborazione reale. A volte il valore di un’azienda non è nel suo bilancio, ma nelle porte che apre.

Startup #4 — Abbandonata

Qodaly

Il porting italiano di un brand UK (a cui ho collaborato) che non ha mai trovato il suo spazio.

— Chiuso e lezione imparata —

Qodaly nasce da un’esperienza diretta in UK con un brand che funzionava a stento: transato elevato, buona trazione, mercato attivo. Ma c’era un problema strutturale che vedevo chiaramente anche da dentro: a fronte di volumi enormi, i margini erano ridicoli.

Il modello economico non reggeva alla prova del tempo.

L’Italia sembrava la risposta. Un mercato meno competitivo, spazi da occupare, la possibilità di correggere le inefficienze che avevo osservato Oltremanica.

L’illusione è durata fino a quando, come spesso accade, altri player hanno lanciato lo stesso prodotto con finanziamenti importanti alle spalle (o addirittura già acquisiti in fase di partenza). La corsa ai capitali è una gara in cui le idee contano meno delle cartucce. Abbiamo scelto di non combattere una guerra di logoramento che non potevamo vincere.

Abbiamo chiuso. E quella scelta è stata tanto difficile quanto giusta.

Quello che porto a casa questa volta:

  • un mercato con alto transato e margini miseri non è un’opportunità: è una trappola con un bel fiocco sopra. Studia i fondamentali economici prima di innamorarti del volume;
  • portare un modello estero in Italia non è una semplice traduzione. È una reimpostazione totale: cultura, comportamenti d’acquisto, normative, aspettative. Qodaly mi ha insegnato che l’arbitraggio geografico funziona solo se capisci davvero le asimmetrie, non solo se le intuisci;
  • quando competitor ben finanziati entrano nel tuo spazio, la domanda giusta non è “come mi difendo?” ma “ho davvero un vantaggio strutturale?”. Se la risposta onesta è “no”, uscire è una forma di intelligenza, non di resa;
  • l’esperienza UK è diventata un asset permanente: visione di mercato, relazioni, comprensione di dinamiche che in Italia ancora non si vedevano. Il fallimento del progetto non ha cancellato niente di tutto ciò;
  • saper abbandonare un’idea in tempo è una competenza rara. La maggior parte dei founder ci mette troppo. Io ho imparato a guardare i numeri senza sentimentalismi  e questa è probabilmente la lezione più dura e più utile di tutta la storia.
    Allora, è valsa la pena?
    Sì. Senza neanche un secondo di esitazione.

Rankingoal e Qodaly non sono fallimenti nel senso romantico e distruttivo del termine. Sono stati laboratori reali, con risorse reali e soprattutto personali, in mercati veri, tangibili. Ho perso soldi? Talvolta, sì. Ho perso tempo? No, perché ogni ora investita mi ha restituito qualcosa che oggi uso ogni giorno in Reset e che mi ha permesso di rendere TAGLAB profittevole dal giorno 1.

La differenza tra chi costruisce cose e chi ne parla è tutta lì: i fallimenti non ti spaventano più. Non perché sei diventato incosciente, ma perché hai capito che dall’altra parte c’è sempre qualcosa. Una lezione, una connessione, una direzione più chiara. Sempre.

Reset è il progetto più ambizioso che abbia mai costruito. E lo è anche grazie a tutto quello che è venuto prima, incluse le cose che non hanno funzionato. Soprattutto quelle.